Elisabetta Cozzi (Museo Cozzi): perché “Woman in power”

di Roberta Pasero

Elisabetta Cozzi è una signora in rosso tra le rosse. Le rosse Alfa Romeo, quelle esposte sulla striscia d’asfalto, quasi fossero pronte a partire, nel Museo Fratelli Cozzi fondato da suo padre Pietro a Legnano, alle porte di Milano, e che lei dirige. Un amore per l’automobile che l’ha portata anche a fondare un movimento femminile chiamato “Woman in power”.


Quindi, una forma di protesta culturale contro lo scontato binomio donne e motori?

“Quando nel 2008 sono entrata nel mondo automotive sono rimasta disgustata dall’abbinamento donne e motori. Ricordo che quell’anno “Autoblog” fece uno speciale sul Motor Show di Bologna dove non parlava di automobili, ma soltanto di gnocche vicino alle automobili. L’ho trovato aberrante. Mi sembrava impossibile che negli anni Duemila fossimo ancora a un tale livello”.

E da qui l’idea di fondare “Woman in power”.

“Anche se era una piccola goccia nell’oceano ho fondato questo movimento per valorizzare il mondo femminile, cercando di abbinare la figura femminile alle auto in maniera costruttiva. Il concetto di partenza era una domanda: chi guida le auto? Le professioniste, le imprenditrici, le impiegate, non certo o non solo le ragazze discinte con le cosce di fuori sdraiate sui cofani come quelle che per anni decoravano i Saloni delle automobili o le pagine dei giornali”.


Il mondo dell’auto così maschile come ha reagito?

“Sapevo che non avrebbe capito il senso etico e morale di questo movimento e dunque l’ho trasformato in una sensibilizzazione di tipo economico. Ho iniziato a raccogliere i dati, che era stato il mio mestiere fino ad allora perché mi occupavo di ricerche di mercato su largo consumo. Ebbene, ho scoperto che il 50% per cento di chi compra le automobili è donna. E che i processi decisionali per l’acquisto delle vetture sono influenzati all’80% dalle donne. Quindi, ho dimostrato che comunicare alle donne in quel modo è stupido. Vuol dire perdere occasioni di affari”.

Dall’immagine femminile a un modello di business.

“Infatti. Non sono partita col dire, non dovete trattare così le donne, ma proprio che era un modello economico distorto. Ricordo di aver fatto altre interviste e quasi l’80% delle donne considerava l’esperienza di entrare dal concessionario peggiore di quella di andare dal dentista. Volevo far capire che se era questo il mondo di conquistare il 50 per cento del mercato si stava sbagliando qualcosa”.

Dal 2008 al 2022 donne fa sempre rima con motori?

“Qualcosa è cambiato. Noi, per esempio, all’interno della concessionaria di famiglia, organizziamo tanti eventi dedicati al mondo femminile e, dunque, la concessionaria è diventata un luogo familiare, un punto di riferimento del territorio. Inoltre, negli ultimi grandi eventi o Saloni c’è un maggior qualità: le hostess sono belle ed eleganti e ci sono anche tanti uomini a fare da stewart, e per questo il target dei Saloni è diventato l’ appassionato di auto e non il voyeur, ma anche le famiglie. Prima, invece, era una distorsione della comunicazione perché nessuno andava a guardare le automobili”.

Quante donne fanno parte del movimento?

“Sono oltre 250 e rappresentano con il loro impegno in ambito economico, politico, sportivo, sociale, culturale un esempio di valore concreto, un valore da riconoscere e comunicare. In realtà, il movimento fa anche parte di altre organizzazioni per l’empowerment femminile. Nessuno vuole sostenere che le donne siano migliori degli uomini ma che nella diversità c’è un grande valore”.

Un movimento di opinione per prevenire il gender gap.

“Lo facciamo con progetti formativi e di orientamento nelle scuole, presentazioni di autori e libri a tema, mostre per valorizzare la figura femminile anche nel mondo automotive”.


Cosa c’entra il museo che dirige con “Woman in power”?

“È parte integrante della filosofia e della comunicazione del Museo Fratelli Cozzi, che è diventato la casa delle “Woman in Power”. Stiamo lavorando a un progetto fotografico che rappresenti le nostre donne con le auto del museo, per celebrare la bellezza, l’eleganza, la qualità e il rispetto che vorremmo avessero le foto di donne e motori. Senza più volgarità e doppi sensi”.

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