Covid-19: diario di un anno da dimenticare

 

È passato un anno: il Covid-19 ci ha imprigionati. Tra l’estate e l’autunno abbiamo vissuto un periodo di falsa libertà, illudendoci che la fine dell’incubo fosse vicina. E invece no. Tanto tempo è stato perso in quel periodo della falsa libertà, tra inutili banchi a rotelle, mascherine farlocche, proclami ministeriali azzardati (il libro del sempre, ahinoi, ministro Roberto Speranza), zero programmazioni, Dpcm notturni e a misura di social, ecc. E ora?

Restiamo disperatamente aggrappati ai vaccini e al duo Mario Draghi – Francesco Paolo Figliuolo. Al premier e al nuovo commissario all’emergenza, il generale degli Alpini (in pochi giorni ha già chiuso parecchie falle), il compito di concludere entro l’anno (Speranza dice per l’estate, ma per scaramanzia allunghiamo i tempi) la partita delle inoculazioni. E dopo? Incrociamo le dita che tutto funzioni.

Una premessa d’obbligo, prima di parlare di come la pandemia abbia inciso sul nostro lavoro di giornalisti impegnati a commentare, informare e prendere posizione sui temi relativi al mondo automotive. Torno indietro di poco più di un anno, ai mesi precedenti lo tsunami Coronavirus. Sembra essere passato un secolo da quando si saliva tranquillamente su un treno o un aereo, per non parlare dei mezzi pubblici.

Personalmente non prendo un aereo dal novembre 2019, quando sono rientrato da una vacanza in Vietnam e, a tal proposito, osservavo le tante persone che indossavano per abitudine la mascherina per proteggersi dallo smog. Mesi dopo le stesse mascherine sarebbero diventate il nostro inseparabile (speriamo temporaneo) compagno di sventura.

Ma ecco, ora, un breve personale diario. A fine gennaio 2020 in treno a Roma per il saluto del direttore generale di Renault Italia, Xavier Martinet, pronto a cedere il testimone al suo successore Eric Pasquier. Una decina di giorni dopo, sempre in treno, arrivo a Bologna per il lancio delle Fiat 500 e Panda Hybrid nel regno del mangiare italiano, “Eataly”. Ancora scarse, in quei giorni, le notizie sul misterioso virus scoperto in Cina.

E arriviamo al 16 febbraio: Triennale di Milano e celebrazione del Novantesimo di Pininfarina. Sala strapiena, ci sono Paolo Pininfarina, l’ad del gruppo Silvio Pietro Angori, tante personalità e protagonisti del settore. Al catering, qualche battuta tra colleghi sui primi deboli segnali di allarme. Nulla di più.

E siamo al 20 febbraio e alla conferenza stampa annuale, al Grand Hotel Gallia di Milano, per la presentazione del Salone dell’auto di Ginevra che si sarebbe dovuto tenere dal 5 al 15 marzoC’è il presidente Maurice Turrettini e tutto lo staff organizzatore. Il destino vuole che proprio quel giorno il caso Coronavirus cominci a diventare una cosa seria e la mia attenzione, più che al programma della manifestazione, si sposta sulle poco rassicuranti news che appaiono sullo smartphone. Mi decido e vado controcorrente rispetto agli altri, rivolgendo al presidente Turrettini la classica domanda scomoda, ma d’obbligo: “E se la situazione virus dovesse peggiorare? Avete pensato a un piano alternativo oppure rischia di saltare tutto?”. In gioco c’è una montagna di soldi, al Palexpo ginevrino già si lavora per ospitare l’evento, alberghi e ristoranti sono già tutti prenotati, si palesa l’incubo penali. Gli organizzatori ostentano sicurezza.

Mi assale un presentimento. Detto, fatto: spunta il primo caso di contagio a Codogno. Comincia a serpeggiare la paura. Tra me e me rifletto: e se mi trovo in Svizzera e chiudono le frontiere? Al Salone arriva gente da tutto il mondo, Cina inclusa, meglio non rischiare. Decido così di rinunciare al Salone (penso di essere stato il primo), ringraziando chi mi aveva invitato. Allo stesso tempo avverto i colleghi che collaborano con me, suggerendo loro che è più sicuro restare a Milano. Si può lavorare a distanza senza problemi (altro tragico presagio). Il mio è un consiglio. Non vedo particolari reazioni tra i tanti colleghi. Il problema c’è, ma viene preso un po’ sottogamba dalla maggior parte delle persone. Mai i fatti mi danno ragione: il Salone non si fa e per Ginevra, ahimè, sarà l’inizio della fine, come per altre rassegne.

C’è un ultimo sussulto. È il 4 marzo 2020 e Fca conferma il lancio, alla Triennale di Milano, della Fiat 500 Elettrica: un evento statico sull’onda dell’ottimismo palesato dal sindaco Beppe Sala, che per sdrammatizzare la situazione conia lo slogan #milanononsiferma. Come a dire: siamo più forti del virus. Matteo Salvini, capo della Lega, invita la gente a reagire, tenendo aperti i locali. Nicola Zingaretti, leader del Pd, si fa riprendere a bere l’aperitivo in compagnia di amici ai Navigli, salvo poi annunciare, giorni dopo, di essere risultato positivo al Covid-19. Intanto, deriso irresponsabilmente dai più, il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, appare in tv con la mascherina a proteggere le vie respiratorie.

L’evento Fiat si svolge regolarmente: ci sono (mi è andata bene) pure io, decisione controsenso vista la mia ferma presa di posizione su Ginevra. Siamo un centinaio. Nel Salone le sedie sono distanziate. Parla il capo del brand, Olivier Francois. Con lui c’è anche il responsabile Emea di Fiat, Luca Napolitano, e gli amici dell’ufficio stampa. La solita ressa avviene quando finisce il tutto, tra sgomitate, interviste, riprese, foto, ecc.  Non mancano strette di mano e bacetti sulla guancia. Che rischio…

Recito, a distanza di un anno, il mea culpa: quel giorno scrivo su “il Giornale” un pezzo, sposando la tesi che bisogna reagire e plaudo all’iniziativa, che definisco un segnale di coraggio. Con il senno di poi, dico solo che sono stato un imprudente e avrei dovuto scrivere l’esatto contrario. Una brutta pagina della mia attività professionale. E chiedo scusa a tutti. Comunque, è andata bene: 15 giorni dopo mi confido con altri colleghi: “Sono trascorse due settimane, tutto ok, ma abbiamo rischiato grosso…”. Le risposta che ottengo sono più o meno le stesse.

Passano pochi giorni e arriva il lockdown. Il resto è storia dei giorni nostri. Dominano gli eventi online, si partecipa a qualche coraggiosa presentazione dal vivo ma, nonostante tutti gli accorgimenti, non è più come una volta: si ostenta sicurezza, ci si guarda bene dal stringere mani, doppia mascherina, gel a portata di mano, lunch “al sacco”, hostess severissime.

Alla collezione di penne e taccuini, si è aggiunta ora quella delle mascherine griffate dalle varie Case automobilistiche. Un domani, non sarà un bel ricordo…

 

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