Il pubblico intervenuto al dibattito sulla figura di Sergio Marchionne

Sergio Marchionne, un’etica che metteva al centro l’impresa

di Daniele Lonardo

Si è svolto, presso il Polo del 900 a Torino, il convegno dal titolo “Sergio Marchionne e Torino” ideato e realizzato da Ucid (Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti) sezione del capoluogo piemontese. L’evento ha riportato a un pubblico di un centinaio di persone alcune testimonianze personali sul manager a due mesi dalla sua scomparsa (avvenuta in data 25.07.2018) e valutazioni prospettiche sul futuro industriale della città di Torino.

Interessante la motivazione del moderatore, e presidente di Ucid Torino, Alberto Carpinetti, che ha spiegato come Ucid sia un’associazione di imprenditori cristiani che si impegnano a mettere la persona al centro della propria azione mentre Sergio Marchionne metteva al centro l’impresa, nella misura in cui la sua esistenza e prosperità potessero essere capaci di garantire il futuro dei suoi lavoratori. Una visione etica diversa, ma non poi così dissimile da quella Ucidina.

Nonostante il forfait dell’avvocato Franzo Grande Stevens, impossibilitato a partecipare per ragioni di salute, è stato letto un suo breve messaggio nel quale il legale della famiglia Agnelli descrive l’ex manager di Fiat come un figlio, o meglio, un fratello con cui ha condiviso l’interesse comune per il gruppo e l’amore per la filosofia. Voluto da Umberto Agnelli, quest’ultimo al capezzale raccomandò all’avvocato Stevens e a Gianluigi Gabetti (migliori amici) di chiamarlo in azienda a fronte dai risultati eccezionali raggiunti lavorando per una società di certificazioni di Ginevra. Geniale era stata, infatti, l’idea di Marchionne di incaricare un suo uomo in ogni scalo marittimo o aereo del mondo in modo tale da garantire all’acquirente i beni di qualsiasi genere e fare in modo, al contempo, che essi corrispondessero alla qualità dichiarata dal venditore.

Ecco chi lo ha ricordato

Alessandro Barberis (già direttore generale e amministratore delegato Fiat), venne richiamato in Fiat a 65 anni come direttore generale della holding, di cui è stato poi amministratore delegato e vice presidente nel 2003. Avendo ricevuto in eredità un’azienda decotta e tecnicamente fallita (che rischiava di portare i libri in tribunale), si prefisse l’obiettivo di traghettare l’azienda in acque più tranquille dando alle banche idonee garanzie a fronte della redazione di un piano industriale che prevedeva (su carta) circa 8.700 esuberi.

Nonostante la sua breve permanenza, di soli 10 mesi, il suo lavoro diede linfa vitale all’azienda, permise un accordo con la componente sindacale senza dover ricorrere ad alcun licenziamento grazie all’instaurazione di un tavolo di lavoro governativo. Ricorda di Marchionne la velocità nel prendere decisioni, spesso estremamente difficili e la sua assoluta dedizione al lavoro che lo portava a lavorare anche 24 ore al giorno. Parlando di Torino, dice: “Se tieni pulito l’uscio di casa tua, tieni pulita la città”, per esortare i singoli a rimboccarsi le maniche giorno dopo giorno nel creare una città migliore per loro stessi e per i propri figli.

Paolo Rebaudengo (già responsabile delle relazioni industriali  del Gruppo Fiat e segretario Cida Piemonte) ricorda Marchionne quando, catapultato nel sistema aziendale, aveva affisso nel suo ufficio una vignetta di lui in una porta girevole a fronte dei tanti presidenti e amministratori delegati entrati e usciti nel lasso di poco tempo. Ricorda dell’ad, in particolare, la sua dedizione e il suo forte senso di responsabilità. Nonostante il forte indebitamento con le banche e la presenza di una clausola capace di trasformare i debiti in azioni, ciò non lo svilì ma anzi rafforzò il suo proposito nel risollevare le sorti dell’azienda.

Per Marchionne non c’erano orari: il tempo poteva scorrere a oltranza se l’obiettivo era quello di trovare una soluzione, e trovarla nel minor tempo possibile. Forte era la sua capacità decisionale e l’abilità nell’agire sotto pressione. Il tempo è denaro e, una volta assunta una decisione (giusta e ponderata), bisognava agire con determinazione per trasformare la decisione in azione. La tempestività nelle decisioni aveva anche il vantaggio di essere testata nell’immediatezza e permetteva di “aggiustare il tiro” cammin facendo.

Ricorda, per ultimo, una svolta epocale in ambito delle relazioni sindacali: se nel 2002 il sindacato non ebbe il coraggio di condividere le scelte della dirigenza, nel 2010 il sindacato ebbe più coraggio e condivise in toto le scelte dell’ad. Non un capo bensì un vero leader, la sua figura carismatica fu dirompente in particolare in occasione dell’accordo integrativo aziendale del 2006, al punto tale da far chiedere alle rappresentanze sindacali “per quanto tempo rimarrà in Fiat?”, segno che la sua presenza all’interno del gruppo era una garanzia sulle sue parole.

Fautore di un metodo di comunicazione innovativo, non lasciava nulla al caso e, appena arrivato in azienda si preoccupò di andare a vedere i servizi igienici e gli spogliatori affinché fossero luoghi dignitosi per i lavoratori e l’ambiente aziendale un luogo idoneo a creare condizioni di lavoro ottimali.

Claudio Chiarle (segretario generale Fim– Cisl Torino e Canavese) approda in Fiat come Segretario generale nel 2008, in piena crisi. Ricorda di Marchionne come colui che riuscì a lasciare il segno nelle relazioni sindacali: dentro gli accordi, c’è anche il riferimento ai luoghi dove i problemi devono essere affrontati. Ricordando i volantini degli anni ’70 dell’Flm nel quale compariva sempre la scritta “diritti e doveri” dei lavoratori, sottolinea come oggigiorno servano diritti sindacali di base normati ex lege e ulteriori agibilità sindacali per chi firma gli accordi. Marchionne ha saputo rilanciare la Fiat, salvandola da un futuro precario per trasformarla in Fca a mezzo di un’alleanza internazionale capace di cambiare il volto e il modo di produrre auto in Italia. 

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