L’auto in Italia: Fca torni a mostrare i muscoli

di Massimo Ghenzer, presidente di Areté-Methodos

Ormai siamo abituati, nelle varie crisi che si sono susseguite, a fare da soli nel mondo dell’auto. Ma questa volta l’effetto del Covid-19 ha letteralmente azzerato il mercato in marzo e aprile, e a maggio la ripresa è lentissima. Questa non è la solita crisi, ma molto di più, qualcosa mai visto prima.  In questa situazione eccezionalmente negativa per la liquidità e il fatturato delle aziende, è incredibile che il governo Italiano abbia totalmente ignorato il settore Automotive nel programma di ripresa che ha elaborato per il nostro Paese. Come si possa pensare di contrastare la crisi, limitare la perdita di Pil e impostare la ripartenza senza avere una strategia per l’automobile, rimane un mistero.
I dati sono a disposizione di tutti, il settore auto rappresenta una importantissima fetta dell’economia mondiale integrata e, ovviamente, anche dell’economia del nostro Paese. Negli anni, il valore strategico del mercato italiano dell’auto, si è andato annacquando, e in Europa il ruolo della Germania e dei Paesi con lei confinanti è cresciuto notevolmente. In Germania il settore auto è trainante per l’economia nazionale, così lo tratta il governo, e i brand tedeschi esportano in tutto il mondo, con un effetto nettamente positivo per la bilancia commerciale di quel Paese.
In Italia, malgrado l’indifferenza del governo, ci sono ancora molte fabbriche fornitrici dei brand tedeschi e non solo, e alcune fabbriche di Fca sono dei centri produttivi di eccellenza che contribuiscono in maniera consistente alla formazione del Pil e della bilancia commerciale. Poi ci sono i distributori, le officine, le società di noleggio a breve e a lungo termine. C’è il consumo di carburante con pesanti accise , totalmente incassate dallo Stato. C’è tutto il mondo dei ricambi, dei carrozzieri, delle flotte societarie, delle assicurazioni e così via.
Ecco, non sostenere tutto questo universo e riprendere gli ecobonus, un programma che riguarda pochissimi consumatori, e incentivare monopattini e biciclette come programma di rilancio del settore Automotive è una scelta incomprensibile. A meno che su una base ideologica fragile non si voglia fare fumo e ci si lavi la coscienza facendo credere agli italiani che questo sia il modo per rilanciare la mobilità avanzata. Niente di più falso.
È stato asserito da tutti gli esperti che, per sostenere il mercato dell’auto e contribuire al ricambio positivo con eliminazione di auto vecchie, con vetture nuove, è necessario prendere una serie di misure per privati e società che si ripagano da sole. L’attacco all’auto , da parte degli amministratori locali, con la diffusione della notizia che il diesel di ultima generazione è il più inquinante, è un falso tecnico totale. Peraltro, i rilevatori di CO2 durante il lockdown dimostrano che la minore circolazione di auto non ha ridotto il tasso di CO2 nella città di Roma.

Forse, per indurre i governanti a ragionare e inserire l’Automotive tra i settori considerati strategici, c’è bisogno, di nuovo, dei muscoli e dell’influenza di Fca. Un tempo era così. La Fiat allora si faceva ascoltare e le cose andavano meglio per l’auto e le centinaia di migliaia di lavoratori italiani.  

2 responses to “L’auto in Italia: Fca torni a mostrare i muscoli”

  1. braga says:

    L’auto in Italia: Fca torni in ITALIA

  2. LUCATRAMIL says:

    FCA torni in italia e rilanci i brand Fiat ed Alfa. in Fiat i modelli sono fermi, neanche un restyling, macro-errore la mancanza di Punto; la mancanza di Ammiraglia e suv. Dov’è la sinergia delle piattaforme con Chrysler? La gestazione delle Alfa è stata eterna (della Giulia si iniziò a parlare nel 2008) e anche Tonale sembra non arrivi mai: ammiraglia? I vip e politici girnao con auto tedesche, intanto, bella figura. Servono furgoni 4×4, l’Italia è montagna e campagna, non solo città; in Trentino le ambulanze sono 4×4 VW. Ci vogliamo svegliare? Iveco avrebbe dovuto rientrare nel mondo tram, c’è tutta l’Europa est da svecchiare, hanno ancora i Tatra. Invece le aziende TPL italiane comprano bus, filobus e tram polacchi, da un’azienda nata dopo il 2000. Iveco? Toc Toc!

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