Foto: Francesco Fontana Giusti mentre ritrae il fratello Ranieri, scomparso da poco

Svolgere un ruolo di responsabilità all’interno di un’azienda non vuol dire dover rinunciare alle proprie passioni, le stesse coltivate sin dalla giovane età e via via cresciute parallelamente alla carriera professionale. Ecco perché “Fuorigiri” ha voluto andare alla ricerca di queste passioni, vere e proprie “vite parellele” di chi, solitamente, si conosce e apprezza solo per il ruolo lavorativo che svolge. La serie di servizi parte con Francesco Fontana Giusti, direttore di Comunicazione & Immagine di Renault.

Fontana Giusti: “Una bella foto è l’essenza della felicità”

di Roberta Pasero

Può una vita contenerne un’altra? Può un’esistenza averne al suo interno una parallela, che si sovrappone a quella ufficiale e quasi prende il sopravvento perché è colorata di passione, di sogni e di avventura come non sempre capita nella vita di sempre? Per Francesco Fontana Giusti, direttore di Comunicazione & Immagine di Renault Italia, la vita parallela è quella di fotografo. Il fotografo delle emozioni. Di chi sa catturare la bellezza con uno scatto e anche cercare la bellezza dove apparentemente non c’è. Nelle periferie, nell’esistenza di uomini e donne invisibili, nelle immagini astratte che fanno volare l’immaginazione. Fotografie che parlano delle altre sue passioni. Di architettura. Di design. Di musica. Di viaggi. Di legami indissolubili con le persone del cuore che non ci sono più.

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Quando la fotografia è diventata una passione? 

“Da ragazzino affittavo gli studi fotografici per sviluppare le mie foto in bianco e nero. Oggi con le macchine digitali si vede subito l’immagine, allora c’erano i rullini e si rifletteva di più prima di scattare le fotografie. E svilupparle era una vera magia. Entravo nella darkroom, nella camera oscura, e già toccare la carta fotografica Ilford mi procurava emozione. E poi c’era l’odore degli acidi e l’attesa dello sviluppo: una, due, tre fotografie che diventavano visibili, una dopo l’altra. Era così eccitante”.

Lei ha scattato oltre centomila foto. Non rischia di perdersi la vita per la voglia di fotografare?

“In parte è così. Il fotografo professionista è come un artista: ci mette tempo per uno scatto. Lo studia, perché deve trovare l’espressione giusta, la luce giusta, il momento giusto. Impiega anche una giornata per una fotografia. Noi tutti, invece, scattiamo in modo compulsivo. Io credo di avere una sensibilità artistica, però le mie foto non sono studiate: sono una persona molto curiosa e scatto a raffica, in una giornata anche 100 fotografie. Quando arrivo in un posto se vedo qualcosa che mi piace la voglio fotografare subito. Facendo così posticipo il piacere di ammirare un luogo, un oggetto, è vero, però me ne impossesso per sempre. Perché non cerco lo scatto che vuole stupire, voglio una fotografia che mi crei emozioni ogni volta che la rivedo”.

Quale tra le sue foto è la più evocativa?

“Il ritratto in bianco e nero, quasi in trasparenza, di una donna indiana: esprime tutta la femminilità, l’eleganza e l’intimità racchiusa nell’espressione del gesto. Esprime soprattutto la cultura del suo Paese perché in una fotografia ogni dettaglio, che sia come si porta un velo o come si posiziona una mano, può raccontare il mondo che sta attorno a quell’immagine”.

Che cosa attira la sua attenzione quando decide di scattare una fotografia?

“Cerco le forme, l’architettura, i gesti, i dettagli, la grazia, l’eleganza, il bello. Ho scattato anche foto di periferia perché nel brutto cerco sempre di tirare fuori il bello. Mi piacciono i contrasti umani e architettonici, i posti di frontiera, i vecchi ruderi, i siti di archeologia industriale, i villaggi abbandonati come Craco nella campagna della Basilicata. Luoghi dove tutto è precario e dove cercare, rischiando un po’, scatti che nessuno farebbe. Scatti un po’ folli”.

Le automobili hanno in comune con le foto proprio lo scatto e la velocità. Le piace fotografarle?

“Trovo bellissimo fotografare soprattutto le auto d’epoca, quelle dal design eterno che hanno fatto la storia, come la Citroën 2 CV o la 500 di fine anni Cinquanta. Ho scattato foto di vecchie magnifiche Renault e tanti dettagli come i motori e i fanali che diventano anch’essi oggetti di design. Un design che va oltre la funzione, che crea emozioni, così come fa la fotografia, così come le automobili”.

Quanto conta la fotografia per la comunicazione?

“È straordinaria la forza delle immagini e dei video, perché raccontano una storia e rappresentano l’80% della comunicazione in una società dove purtroppo non si legge quasi più e dove le parole stanno perdendo valore. L’esempio è il nostro video di Zoe, The sound of change, dove erano le immagini di Roma durante il lockdown e la musica o il cinguettio degli uccelli a raccontare le emozioni”.

Lei organizza presentazioni e test drive che abbinano sempre le automobili alla cultura dei luoghi e alla bellezza dei paesaggi dove poterle mettere in posa.

“La fotografia ispira molto anche il mio lavoro. Cerco sempre itinerari e location non soltanto attinenti alle caratteristiche delle vetture, ma anche dove poterle ambientare per esaltare le loro performance, in shooting che richiedono professionisti specializzati. Perché fotografare, ad esempio, Captur davanti alla stazione marittima di Zaha Hadid, Dacia Duster nel sito archeologico di Porto Traiano, Clio con l’abbazia di San Galgano sullo sfondo, significa portare le auto contemporanee nella storia e fissarle per sempre nel tempo”.

La sua macchina fotografica è soprattutto il cellulare?

Le foto in India le ho scattate portandomi chili di materiale, reflex, obbiettivi, zoom, lenti, grandangoli, filtri. Diventando digitale la fotografia si è banalizzata moltissimo. E’ molto più facile fare una bella foto con il cellulare che con una reflex, con una differenza: si può avere fortuna con il telefonino però se non si ha uno stile personale le foto diventano, appunto, banali”.

Mai pensato di fare il fotoreporter per professione?

“Mi sarebbe piaciuto. Però io cerco sempre risultati immediati e volevo più la mia indipendenza economica che la mia indipendenza artistica. Forse è stato uno sbaglio, però senza voler rimpiangere ho continuato a fare fotografie senza condizionamenti, senza dover assecondare i committenti. Posso scattare quello che piace a me. Quello che mi parla di musica, di arte, di bello. Soltanto così mi sento libero”.

Che definizione darebbe di se stesso come fotografo?

Il fotografo delle emozioni. Le cerco sempre, nella vita, nel lavoro, nei viaggi, nella musica. Io penso che la felicità dell’uomo sia riuscire a creare emozioni. Vivere momenti spirituali in un monastero, ascoltare un brano musicale evocativo, scattare una bella fotografia, mi fa sentire appagato. Per me è l’essenza della felicità”.

Quali foto la emozionano particolarmente?

“Tempo fa ho chiesto a mio padre che è stato a lungo volontario nel carcere di Regina Coeli, se potevo fare degli scatti ai carcerati. Ho anche fotografato un clochard che mio papà aiutava, che sembrava Bruce Willis. Ho adorato fotografarlo perché aveva un viso pazzesco. Era uno che viveva per strada, che aveva avuto il coraggio di abbandonare tutto e di fare una scelta libera. Poi un giorno è scomparso, dissolto chissà dove. Però le sue foto sono rimaste”.

Ci sono stati momenti in cui la fotografia le è servita per affrontare meglio la vita?

“Durante un periodo particolarmente difficile ho utilizzato la fotografia per esprimere le mie emozioni. Esattamente quello che ha fatto mio fratello gemello dipingendo e fotografando. Lo ha fatto con straordinaria intensità da quando si è ammalato e sino alla fine. Ranieri con me comunicava così. Io vedevo un suo scatto e capivo dal titolo e dalla foto come stava”.

La fotografia per “stampare” i ricordi.

Il concetto della memoria ha un rapporto strettissimo con la fotografia. Detesto i selfie perché servono a mostrare a tutti la propria vita per esibizionismo, però ne ho scattati tantissimi con mio fratello perché sapevo che Ranieri sarebbe andato via e volevo tenermi dei ricordi, volevo dei fotogrammi della nostra vita, della nostra storia. Perché la fotografia è anche un mezzo per ricordare con amore una persona che non c’è più. Mio padre un giorno mi ha detto: “Sai che ho paura di dimenticare com’era fisicamente tua madre”, poi gli è bastato guardare una fotografia di mia mamma: le foto in questo senso sono straordinarie perché ti fanno ricordare in un istante una vita passata insieme”.

Ci sono foto che rimpiange di non aver scattato?

Le foto di mio fratello, nei viaggi che non abbiamo fatto mai”.

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